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Recensione
Napoli on the Road
Italo Pignatelli, novembre 2008

Via Nerudova a Praga  

        

 

Domenico Liotto è ospite-ombra di tre giovani artisti, insoddisfatti, delusi, irrequieti come tutti coloro che fanno Arte. Tolstoj scrive “L’arte è la suprema manifestazione della potenza dell’uomo; è concessa a rari eletti, e innalza l’eletto a un’altezza dove l’uomo è preso da vertigine, ed è difficile conservare la sanità della mente”.

I tre abitano in una soffitta di via Nerudova, vico dedicato al poeta ceco Jean Neruda, nel centro antico sulla collina dove sorge il castello. L’esperienza singolarmente fantasiosa del Liotto è raccontata minuziosamente e briosamente nel suo primo libro “I violini della via Nerudova” (pp. 383 euro 24,00) edito dall’Istituto Culturale del Mezzogiorno e presentato in anteprima in una sala degli Studi Filosofici in Napoli da Antonio Filippetti, direttore della rivista “www.arteecarte.it” e da Gildo De Stefano, critico musicale. La presenza di Antonio, critico letterario, è giustificabile ma Gildo sembra apparentemente un intruso. Ma non è così. E non poteva essere diversamente conoscendo l’abilità organizzativa del direttore. Infatti, il protagonista del romanzo è il Violino e la prima donna, la Beatrice di questo Paradiso di Sogni Utopie Ansie Dubbi dei giovani, è la Musica. Essa, galleggiando sulle lame dei tetti simili ad onde aguzze della colta ed antica città e provenendo all’improvviso da qualsiasi finestra appena illuminata, è sempre presente in tutti i luoghi, nei dialoghi, nei silenzi.

Il romanzo ha una sua colonna sonora, vasta varia ricercata accattivante e originale,  che inizia con “il trillo del diavolo” del musicista Tartini.

Domenico racconta da regista spostando la cinepresa sulle scale a riprendere Evelina, pittrice, che saluta Rudolf, violinista, in partenza per una tournée, sul ponte Carlo dove la Moldava lascia cadere a cascata le sue acque, in soffitta zoomando su Marlenka che parla del suo colpo di fulmine per Janek, in un bar uno sconosciuto con Victor, attore, al Teatro dei Nobili, (lo Stavovske Divadlo, il Teatro Tyl) alla Vinarna dove è presente il gruppo dei tre con i loro amici, sulla collina su cui si erge il Monastero di Strahov con Boris insegnante e musicista, Helena ed Eve insieme a Ceske Budejovice, alla stazione, in un parco sulla collina di Petrin. E non mancano i primi piani: un volto di donna colto con una espressione simile all’Estasi di Bernini, due bocche sconosciute, saltando i preliminari e le dovute presentazioni di rito, si baciano appassionatamente in treno, quadri in mostra in un interno, due amici immobili, gelide statue, duellano con degli addii, ansia in un volto per il primo incontro con il sesso, viaggiatori in attesa, pugni nervosi sulle pareti, passi agitati in una stanza, corpo di donna agitata sul letto, mani che accarezzano, occhi di amanti che si cercano, stridori lamentosi di un carrello con valigie sul selciato, un violino brucia in un camino emettendo lancinanti suoni da brivido.

Liotto registra i dialoghi degli attori che, oltre a raccontarsi il loro vissuto si interrogano e si confrontano su vari temi che frullano, da sempre e ad ogni latitudine, a chi ha ventanni: l’amore, l’amicizia, la probabile esistenza di Dio, la presenza del Fato, l’ecologia, la globalizzazione, la ricerca della felicità, le incertezze del futuro, il confine tra imposizione del limite e la voglia di trasgredire, le violenze, il razzismo.

 La ritrattistica intima dei personaggi evidenzia la capacità dell’autore di ascoltare per cogliere il senso più profondo della personalità dei suoi interlocutori leggendo e interpretando le pause la gestualità e le parole non dette. Ed inoltre si evince una esperienza di viaggi non da semplice turista distratto ma di chi è desideroso di conoscenze gli usi, i costumi, le culture, le tradizioni, i luoghi meno noti con le sue architetture più suggestive dense di storie raccontate dalle pietre, testimoni silenziose, in ogni stagione, di pianti sommessi, di fragorose risate, di canti, di chiacchiere, di confidenze, di incontri occasionali, di sussurri di amanti, di furtivi pudichi baci di giovanetti, di passi con tocchi di bastone, di cigolii di ruote, di attese e di fughe.

Il lettore si trova da protagonista coinvolto in una simpatica colta e goliardica compagnia partecipando alle animate discussioni, condividendo o argomentando diversamente, sulle tesi di Bacone, Balzac, Kafka, Vico, Goethe, Spinoza, Cartesio, Einstein, Balzac, Heisenberg, Weil, Perec, Cacciari. Vien voglia, anche, di ritrovare i vecchi libri per rileggere brani dell’ Odissea, dell’Eneide, delle Bucoliche, poesie di Evtusenko, di Seifert, di Esenin e cercando saltano fuori, sorprendendoci, altri poeti, nostre poesie infantili, vecchie lettere cartoline fotografie di amori dimenticati.

In compagnia degli amici incontrati nel romanzo si ha la sensazione di ascoltare brani, noti o sconosciuti, di Bach, di Beethoven, di Dvorak, di Janchech, di Losy, di Mahler, di Mozart, di Paganini, di Wagner, di Ysaye, di Lake e Palmer, di Preisner, di Smetana, Buxtehude, di Zelenka, suoni di violini di studenti ed altri autori.

E poi nella lettura tornano alla mente o il desiderio di vedere dei film e dei lavori teatrali di registi celebri, tra questi: “Ulisse” di Joyce, “Tutta una vita” di Claude Lelouch, la trilogia blu-bianco-rosso di Kieslowski, “Zeta, l’orgia del potere” di Gavras, oppure, viene la curiosità di leggere il copione dell’opera teatrale “R.U.R.” di Capek, scritta nel 1920, che in slavo vuol dire robot, schiavo, termine, oggi, usato in tutte le lingue. Leggendo tra le pagine si incontrano Botticelli, Bernini, Poe ed altri.

Ma è sempre la musica che stimola gli incontri d’amore, separa definitivamente le amicizie, fa da sfondo ad improvvisi teneri fugaci toccamenti densi di sensualità, attraversa il corpo, la mente e, facendo oscillare e galleggiare i pensieri, provoca sensazioni forti mai vissute che, pur rimanendo impresse tra i ricordi, non si confidano per timore di sciuparle o per la certezza di non essere capiti. Una musica slava improvvisa coinvolge il tenebroso Rudolf in una danza con una sconosciuta, Martha, incontrata alla Vinarna, che con amore gli toglie la tensione dell’eterna fuga da se stesso. E nello stesso bar, Evelina, sul canto in coro dell’”Inno alla gioia” e sulle note di “My way” tronca il suo folle amore per uno sconosciuto mentre, invece, Boris, finalmente, annuncia le sospirate nozze con la sua vecchia amante Vanja, Viktor e Marlenka, abbandonando ogni dubbio, danno inizio al loro corteggiamento.

In sintesi, è un romanzo piacevolmente frizzante ed ameno che, oltre a farci sentire più giovani, induce alle discussioni e alle riflessioni sui problemi di oggi simili a quelli di ieri sempre eternamente irrisolti ed inquietanti (Napoli on the Road, Novembre 2008)

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